Vivere su un’isola è una condizione particolare oltre la sua geografia. Si tratta di una particolarità soprattutto culturale, psichica ma anche emotiva. Il mare che circonda questo fazzoletto di terra è un elemento naturale che funge da confine che un po’ separa e un po’ protegge.
Chi vive su un’isola cresce in un rapporto quotidiano con questo confine; gli isolani sono abituati all’orizzonte che è sempre davanti agli occhi dove l’acqua del mare – che sembra aprire lo sguardo verso il mondo – rappresenta anche la concreta distanza con il resto dell’Italia. Gli isolani la chiamano “terraferma” e non è solo un’affermazione simbolica.
Quando un abitante dell’isola deve andare altrove, ha bisogno di attraversare il mare e quindi di pianificare uno spostamento che sembra un dettaglio logistico ma che non è solo questo perché, attraversare il mare, significa passare dalla terra all’acqua, dal camminare con i propri piedi al lasciarsi trasportare su una nave. Insomma potrebbe risultare banale ma attraversare il mare chiede un certo affidamento a chi, il mare, te lo fa attraversare.
Poi ogni spostamento in “terraferma” è una piccola partenza e le isole sono piene di storie di partenze, ma ci sono anche quelli che restano, o che “rimangono” dentro un sistema definibile ristretto, in cui tutti conoscono tutti e le idee, le abitudini e i modi di pensare tendono a ripetersi nel tempo.
C’è molto da dire della vita su un’isola. C’è da dire dell’isolamento geografico come di quello culturale o mentale, come un mondo piccolo che finisce per sembrare l’unico mondo possibile.
Naturalmente non è sempre così poiché le isole sono anche luoghi di grande identità, di tradizioni antiche e di comunità che, a fatica, cercano di rimanere solide.
Sarà che l’equilibrio si trovi nella consapevolezza delle proprie radici e nella capacità di guardare oltre il mare?
In fondo il mare è un confine ma anche uno stimolo.
Dipende da come scegliamo di attraversarlo.
Luigi Mennella