Per alcuni il mare è un limite, mentre per altri rappresenta la libertà. Alcuni si sentono rinchiusi su un pezzo di terra tra le onde; altri, invece, si sentono al sicuro e protetti dal mare.
Ogni luogo viene vissuto in modo soggettivo e vivere su un’isola non fa eccezione, se non fosse per il fatto che, la maggior parte degli abitanti di un’isola, subisca l’influenza di quella che potremmo definire “desiderabilità turistica”. E così alcune isole, particolarmente accessibili, vengono invase dai forestieri al punto di sentir venir meno il clima abitativo forse proprio come cambiano le stagioni.
Io che scrivo vivo su un’isola e questo clima abitativo cambia circa tre volte l’anno.
Estate: euforia e accelerazione
Le richieste le prestazioni, il fermento delle attività commerciali, il traffico, le persone alla guida di automobili e di bici elettriche; i bar troppo caldi o troppo freddi e l’affollamento delle spiagge. Ogni abitante dell’isola viene travolto dalla prestazione: lavorare, produrre, fare, esserci e incassare. Un sacrificio.
La stagione calda (sempre più calda) qui sull’isola è sempre più corta e più veloce. Trovo interessante l’analogia con la ricetta della maionese in cui, se rallenti lo sbattimento, perdi tutto…impazzisci. Emotivamente e psichicamente investiamo molta energia in una corsa continua verso settembre.
Autunno: crollo o riposo?
Arriva ottobre e tutti vengono meno nelle gambe.
Stanchezza, intolleranza e una particolare inclinazione al recupero del territorio: non è un segreto che molti isolani frequentino le spiagge solo a partire dal mese di settembre perché sono “finalmente libere”…ma libere da chi o da cosa?
Si rallenta e si cerca di recuperare le forze in un tempo che chiede un nuovo ritmo fatto di orari scolastici, posti poco liberi nei parcheggi e bonifici da attendere o da effettuare.
Inverno: depressione
Da non confondere con il Disturbo depressivo, l’isolano di quest’isola da cui scrivo vive un umore depresso che è quella condizione in cui si prova una tristezza di fondo, poca voglia di fare e magari pure apatia. Per carità, è passeggera, ma molti vanno in letargo forzato perché la socialità e la socievolezza non sono in giro.
Forse è giusto così, ma forse anche no.
Forse è giusto per chi deve “campare la famiglia” e ha smesso di credere nel cambiamento, ma non è giusto per chi crede di poter vivere bene anche con meno.
Luigi Mennella