A volte mi sembra di vivere dentro una casa senza tetto.
Le pareti non si vedono, ma ci sono. Sono fatte di orizzonte.
Davanti a me c’è sempre il mare. Aperto, immenso, in movimento continuo. Se lo guardi abbastanza a lungo, ti dà l’illusione che tutto sia possibile, che non esistano davvero confini. L’aria sa di sale, il vento ti passa addosso e ti spettina i pensieri, e per un attimo ti senti libera davvero.
Poi abbassi lo sguardo.
E ti accorgi che sei ferma.
Intorno le stesse strade, le stesse case, le stesse facce che conosci da sempre. I discorsi che si ripetono, le vite che sembrano già scritte, le possibilità che girano in cerchio senza mai allargarsi davvero.
A volte questo crea senso di appartenenza, stabilità, radici profonde.
Altre volte, invece, genera una sensazione più difficile da spiegare, fatta di stagnazione, di possibilità limitate, di percorsi che sembrano già scritti.
E allora mi chiedo: quanto incide questo sul modo in cui cresciamo?
Anche il tempo qui ha un ritmo diverso, come se scorresse ma senza spostarsi.
Inizi a sentire quella cosa difficile da spiegare.
Non è tristezza. Non è nemmeno insoddisfazione pura.
È più una sensazione di limite, come se ci fosse sempre qualcosa appena oltre, ma mai abbastanza vicino da poterlo toccare.
E mentre resti, inizi a vedere cose che prima non notavi.
Vedi luoghi che dovrebbero essere protetti e valorizzati saccheggiati per il tornaconto di pochi.
Vedi persone lavorare troppo e per troppo poco, adattarsi, resistere, smettere piano piano di aspettarsi qualcosa di diverso, di sognare, di alzare la voce.
E a quel punto quella casa senza tetto cambia forma.
Perché capisci che non è solo aperta verso il cielo. È anche chiusa su tutti i lati.
Una gabbia, forse.
Ma con una vista bellissima.